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LO VOGLIAMO TROVARE DAVVERO IL BAMBINO ?

Cesare Augusto ha ordinato il censimento degli abitanti del suo immenso impero, e gli emigrati si mettono in cammino per andare a farsi contare, ognuno nella sua città. È storia dell’uomo che diventa storia di Dio: Giuseppe, “che era della casa e della famiglia di Davide” e abitava a Nazaret in Galilea, parte e “scende” in Giudea alla “città di Davide chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme a Maria sua sposa che era incinta”. Maria è incinta. Porta nel grembo il Verbo, Figlio unigenito del Padre concepito “per opera dello Spirito Santo”: in lei è in cammino la Trinità, in un viaggio “imposto” dall’uomo ma che si rivelerà una fase necessaria al compiersi del progetto di Dio: “E tu Betlemme, così piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda, da te mi nascerà colui che deve essere il dominatore di Israele” (Mic. 5, 1).
Il piccolo nucleo famigliare ritorna nella patria del capofamiglia, ma la solitudine che sperimenta è quasi un’emarginazione: quel “non c’era posto per loro nell’albergo” (l’albergo era il caravanserraglio nel quale trovavano riparo e riposo uomini e bestie) richiama l’amara constatazione di Giovanni: “Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto” (Gv. 1,11).
Maria “diede alla luce suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia”.
 Solitudine, emarginazione, povertà: è l’ambiente proprio di questo “Figlio di Davide”.
Sono passati duemila anni, ma tutto è rimasto uguale, nulla è cambiato! Gesù condivide la condi zione 

di quanti sono stati e sono ancora costretti a lasciare le loro case per sfuggire alla guerra, alla fame, a leggi oppressive... e spesso debbono costatare che dove speravano
di trovare accoglienza “non c’è posto per loro”; condivide la sorte dei bambini nati fra i disagi di quelle fughe, di ieri, di oggi; condivide... 


la situazione dell’umanità o per meglio dire la vergogna dell’umanità che  presenta un mondo nel quale quasi una persona su due è povera. Anche i paesi più ricchi contano milioni di “nuovi poveri”.
Mentre la globalizzazione, fenomeno economico emergente nel XX secolo, procede nel suo cammino, il numero di persone che vivono nella povertà 
continua ad aumentare: i redditi di pochi aumentono, ma viene sempre di più soffocata la vita di chi non ha risorse per investire, 

in particolare donne e bambini, poveri già da prima lo sono ancor di più oggi.
Oggi nel mondo ci sono 110 milioni di bambini analfabeti; 80 milioni lavorano per strada. In Cina lavorano 12 ore al giorno i bambini dai 6 ai 12 anni, in India invece dalle 15 alle 16 ore al giorno.
Lavori durissimi e disumani, 200 milioni di bambini sotto i 5 anni vanno a dormire con i crampi della fame perché sottoalimentati. Lo scorso anno sono morti 13 milioni di bambini per malattie e infezioni che un’alimentazione un po’ migliore avrebbe potuto evitare.
Alziamo gli occhi e guardiamo “la luce vera che viene nel mondo, quella che illumina ogni uomo” (Gv. 1,9) e guardiamo il mondo aiutati da quella luce e impareremo a guardarlo come lo guarda Dio. Allora ci accorgeremo che il Natale è tempo di coraggio perché le statistiche sopra riportate non ci possono lasciare indifferenti e ci stimolano a intervenire in qualche modo. E anche circa i nostri interventi dobbiamo essere noi a darci da fare, non possiamo sempre aspettare che siano gli altri a proporre.
Betlemme significa “casa del pane”; Gesù è il pane dell’uomo che crede il quale a sua volta, deve spezzare il pane materiale con l’uomo che ha fame, col bambino che oggi ha preso quel posto da Lui occupato a Betlemme.
“Vuoi trovarmi davvero”? ci chiede Gesù. “Cercami in loro, perché in loro mi sono nascosto”.

L’Arciprete