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NATALE: PROMESSA DI PACE
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cammino. È la festa della famiglia, perchè il primo luogo in cui viviamo le feste è quello: tra marito e moglie o tra conviventi, abbiamo bisogno di essere ciascuno più capace di ascolto verso l’altro, di essere meno aggressivi, meno violenti, abbiamo bisogno di comunicare meglio. Il Natale è anche la festa della pace: gli uomini sanno che la più grande tragedia che possa succedere è la guerra, perchè la guerra semina morte e la morte è separazione, fine dell’amore e degli affetti. Per questo celebrare il Natale vuol essere anche un’invocazione di speranza e una promessa di pace. F.M. |
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Chi resta insensibile al Natale? Chi arriva a rifiutarsi di vivere questa festa? Chi non gli attribuisce un significato, un sapore particolare? Pochissimi, credo. I cristiani celebrano questa ricorrenza da circa diciassette secoli, da quando hanno cominciato a ricordare la nascita di Gesù, quello che i cristiani credono inviato da Dio tra gli uomini e che non è apparso miracolosamente, scendendo in gloria dai cieli, ma è comparso come un neonato, venuto al mondo come ciascuno di noi, è entrato nella nostra storia umanissima, mostrando come prima cosa questa sua qualità umana. Non sorprende allora che, soprattutto nell’Occidente cristiano, la festa del Natale abbia presto cominciato ad arricchirsi di significati molto “umani”.Il Dio eterno che si fa mortale, il Dio infinito che si fa piccolo, il Dio onnipotente che si fa debole e appare tra gli uomini come un bambino nato da donna, nasce, cresce come qualsiasi essere umano, minacciato dalla morte, vittima della malvagità di |
alcuni uomini: tutto questo ha immesso nella festa del Natale qualcosa che tocca tutti perchè riguarda ogni uomo. Così il Natale è diventato la celebrazione della nuova vita che continua, è diventato il giorno in cui si osano manifestare i desideri più comuni e più umani: desiderio di amore, innanzitutto, di amare e di essere amati; desiderio di felicità, cercata da tutti come realtà che da’ il senso primario alla vita; desiderio di pace che permette di pensare se stessi e la vita senza liti nè inimicizie, senza violenza nè ingiustizia. Forse è proprio per questo che si guarda soprattutto al “bambino” - quello del presepe, sì, ma anche quello che è in casa, il figlio, il nipotino e quello che è rimasto nel cuore di ciascuno di noi - e si fa festa per lui: Natale è la festa delle nostalgie che ci abitano e solo chi ha il cuore irrimediabilmente indurito non ha nostalgia di una vita più felice, di una terra più abitabile, di rapporti più fraterni e più buoni. Il Natale è festa, nonostante le asprezze e le ferite che attraversano il |
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NELLA ROMAGNA DI UNA VOLTA…
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veniva condita con fagioli cotti nel lardo. Per primi i cappelletti di formaggio in brodo di cappone; e poi il lesso e il pollo arrosto con le patate cotte nella brace. Non poteva mancare la zuppa inglese, dolce di crema decorato con i savoiardi imbevuti nell'alchermes e con qualche ciliegia sotto spirito. Era usanza mangiare un po' di uva che era stata raccolta la mattina della Madonna, l'8 settembre: almeno sette chicchi che dovevano essere stati regalati, perché portava bene, dicevano. I lunghi mazzi di uva raccolta, al ciòp, venivano appesi alle travi in attesa delle Feste ed erano segno di provvidenza e di benessere della casa. Un altro cibo tradizionale nei 12 giorni da Natale all'Epifania, erano le castagne. Scriveva il nostro sacerdote che “la sera li giovani pretendenti di qualche buona giovine portano ad essa castagne, che compensa col dare da cena a chi li porta e a chi li manda”. Paola
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Scriveva un sacerdote romagnolo nel 1811 che i romagnoli “avvicinandosi alla solennità del Natale procurano d'avere legna e la sera precedente (la notte della Vigilia) pongono sul fuoco un zocco, il più grosso che abbiano trovato e dopo aver detto tre Pater Noster l'incendiano e deve ardere tutta la notte ed il giorno seguente...” Era una usanza antichissima, in Romagna, quella del “Zòc d'Nadel”. Già un documento dei primi anni del 1200 dice che i ravennati, in prossimità del Natale, se non trovavano un bel zocco, da bruciare, vicino a casa, potevano andare a procurarselo liberamente in pineta, nell'isola di Palazzolo che era una parte della grande pineta detta oggi di S. Vitale e che allora era di proprietà del monastero di S. Maria della Rotonda. Nella notte della Vigilia la zòca che bruciava nel camino era un bel modo di accogliere la nascita del Signore: veniva acceso per riscaldare Gesù, per illuminare la fine dell'anno che se ne andava e per aprire la strada al nuovo. Vicino alla aròla venivano messe anche tre belle sedie su cui potesse riposare e scaldarsi la Sacra Famiglia che ritornava, pellegrina, a camminare il mondo. Veniva messo anche un portacatino con dell'acqua e un asciugamano: era un |
pensiero rivolto a Maria che, entrata nella casa, “doveva poter lavare Gesù Bambino”. * * * Il giorno di Natale era festa grande a Ravenna e nelle campagne romagnole. Nel camino delle case bruciava è zòc che illuminava quasi come un sole la tavola che era apparecchiata fin dalla sera della Vigilia, in segno di buon auspicio. La mattina di Natale l'azdora della casa spargeva un po' della cenere della zocca bruciata nella Notte Santa attorno alla casa per propiziare l'abbondanza e il capo famiglia andava a versare un po' del vino rimasto in fondo alla brocca sulle radici della vigna perché il raccolto fosse abbondante. Racconta sempre lo stesso sacerdote che la mattina di Natale, gli uomini che potevano permetterselo, rinnovavano le camiccie nuove, quasi a rinnovarsi esteriormente e se nella casa c'era un ammalato gli veniva fatta indossare una camiccia di tela grezza alla cui filatura avevano partecipato tutte le donne della famiglia, in segno di augurio di guarigione. E poi a mezzogiorno c'era il pranzo atteso per tutto l'anno: si dimenticavano il quotidiano pancotto e la polenta che solo in certi periodi di abbondanza |
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